Compulsione all’acquisto e avarizia


Intervista a Terry Bruno, psicoterapeuta e formatrice PNL,
su RAI 3 nel programma “Cominciamo bene estate” – 16/7/2002

Il comprare c’innalza il tono dell’umore.
Possedere qualcosa che prima non si aveva è un antidoto alla depressione che molti sperimentano e di solito tale reazione funziona.
Se la cosa si limita ad un piccolo capriccio, allora il tutto può farci bene: ci si sente più potenti, capaci di comprarci un pezzo di serenità, anche se non è vero.
Le cose cambiano se s’instaura una dipendenza: “sono depresso/a, quindi devo acquistare”. In questo caso è percepibile una patologia nevrotica e si può arrivare, addirittura, ad una malattia psicologica chiamata “compulsione all’acquisto”, battezzata dagli americani “compulsive buyng”.
In genere sono le donne le più colpite, per lo più giovani intorno ai 30/35 anni.

La compulsione è dovuta ad un atto che non si può fare a meno di compiere, ripetuto più volte, che diventa un’idea ossessiva che penetra nel subconscio. Chi ne è affetto per gli acquisti, infatti, non ne può fare a meno e la pubblicità ne accentua la tendenza. Questa tendenza può portare a sensi di colpa e a volte a liti familiari.

C’è una differenza tra compensazione e compulsione.

Nel primo caso lo spendere ci ripaga da frustrazioni della vita e scaccia il malumore. L’atto del comprare, però, è solo un piacere transitorio e il desiderio si ripresenterà il giorno dopo.

La compulsione allo spendere, invece, è come la bulimia o la mania della pulizia degli ossessivi e che serve a proteggersi dalle paure, che sono diverse da individuo ad individuo. Ad esempio dietro la mania del comprare continuamente abiti c’è il timore di apparire poco desiderabili, sciatte, invisibili all’attenzione dei maschi.
La carta di credito dà un certo potere alle compratrici, cioè di poter spendere a piacimento e di avere piena responsabilità della propria vita. Inoltre il non maneggiare i soldi rende molto più semplice lo spendere e rimanda i sensi di colpa.

Le shoppers hanno un basso livello d’autostima che tentano di compensare con il valore degli oggetti acquistati.

Compensazione:

compriamo e ci coccoliamo per rialzare l’umore;
sentiamo un vuoto dentro di noi e lo riempiamo con cose materiali;
se qualcuno ci ha lasciato lo rimpiazziamo con un prodotto acquistato che rappresenta l’amore perso.

Compulsione:

non si è capaci di smettere;
facendo acquisti si tenta di alleviare le sensazioni di ansia;
quando compriamo regali cerchiamo di comprare amore e potere.

Cosa fare? I divieti se sono autoimposti non funzionano, anzi alimentano la voglia di violarli.
Si può girare tra i negozi, guardare con attenzione e concedersi di fare l’acquisto ad esempio dopo un’ora, in questo caso si toglie valore alla compulsione. Facendo in questo modo s’interrompe la sequenza: sono in ansia, spendo e mi calmo così sono salva.
Una strategia che spesso in terapia si usa è la prescrizione del sintomo: “o si astiene dal comprare o compra almeno 5 dello stesso prodotto”. In questo modo si toglie forza e potere alla compulsione.

Avidità:

La si può trasformare in curiosità, l’impulso all’acquisto anche in motivazione all’indagine dei propri e altrui desideri.
L’accumulare si può identificare alla “personalità anale” di Freud, in cui le energie vitali di una persona sono indirizzate all’avere, al risparmiare, al mettere insieme denaro ed oggetti materiali, nonché sentimenti, gesti, parole. È il carattere degli avari, spesso connesso ad altri tratti come: l’ordine meticoloso, la puntualità pignola, il collezionismo, il disordine. Freud crea un legame simbolico tra denaro e feci – oro e sudiciume. Questo, in pratica, era una critica alla società borghese e alla sua brama di possesso.
Secondo Erickson l’insuccesso nella coordinazione degli opposti trattenere – lasciare andare è la causa dell’avarizia. Esempio se il training a mantenersi puliti è troppo rigido o precoce o la volontà del bambino è spezzata dall’ipercontrollo genitoriale, prevarranno vergogna e dubbio.
L’accumulare è una sicurezza a cui aggrapparsi, in quanto l’ignoto spaventa e il vecchio ci sembra sicuro.
Gli individui cauti godono della sicurezza, ma sono di base insicuri. Cosa succede se perdono ciò che hanno? Non sanno più chi sono in quanto essi s’identificano in ciò che hanno. È come “l’avaro” di Moliere che non sa più chi è nel momento in cui non trova più il suo denaro che gli hanno rubato.
Gli avidi non hanno mai abbastanza e non sono mai soddisfatti perché non riescono a colmare un vuoto interiore, la noia, il senso di solitudine, lo stato di depressione che li attanaglia.