Seminario “Sessualità e Disabilitá”


Seminario sul tema “Sessualità e Disabilità” presso la Cooperativa Nuove Risposte, via Molfetta 30 – Roma

 

Foto di Funemanka da Pixabay

Foto di Funemanka da Pixabay

 

Anche se siamo nel XXI secolo la sessualità nell’handicap, fisico e mentale, resta un problema di difficile risoluzione da parte di coloro che ruotano intorno al soggetto che presenta il problema.

Ci sono degli stereotipi sociali legati alla sessualità dei soggetti disabili ossia:

•sono degli eterni bambini;
•sono persone asessuate;
•sono ipersessuati e come tali pericolosi;
•sono più sterili o al contrario più fertili;
•non possono fare i genitori;
•non sono in grado di controllare il loro comportamento sessuale e non sono in grado di avere rapporti sessuali.

Che cos’è la sessualità?

La sessualità è legata a due dimensioni fortemente intrecciate:

1.una rimanda alla relazione, al desiderio di incontro e scambio globale, ai sentimenti d’amore e d’affetto;
2.l’altra a componenti quali la genitalità, l’erotismo, la corporeità, la ricerca del piacere.
Il piacere che viene dal corpo, dalle sue sensazioni (essere toccato, contenuto, spostato, pulito, nutrito, cambiato) fa parte di quei piaceri primari che costruiscono, nello sviluppo di ciascuno, l’essenza di sentirsi vivi, dell’esserci, del benessere: i primi pilastri del senso della propria identità.
Il contatto corporeo, sia come stimolazione sensoriale sia come manifestazione di affetto, è importante per il soggetto con disabilità quanto per il normodotato, con tempi più lunghi per il primo. Può accadere che alcuni atteggiamenti o manifestazioni di affetto vengano richieste dal disabile in l’età non considerata culturalmente accettabile.

I genitori o gli operatori si astengono, pensando di correre il rischio di scatenare istinti non più controllabili, privando invece la persona di esperienze gratificanti, che ben poco hanno di strettamente sessuale.

Nella persona con disabilità, l’autostimolazione è altrettanto presente e spesso incontra reazioni di intolleranza da parte degli altri. Le reazioni d’intolleranza possono destare la tendenza, in tali soggetti, all‘esibizionismo, a esporre la propria nudità senza inibizioni. Anche in questo caso, molto spesso sono i nostri pregiudizi che ci inducono a vedere in tale comportamento aspetti di pulsioni sessuali esagerate. Invece si tratta più semplicemente di un atto provocatorio (rinforzato dalle divertenti reazioni dell’ambiente circostante), oppure della conseguenza di uno scarso apprendimento di norme sociali.
La sessualità si presenta spesso inaspettatamente, sorprende, scombina gli interventi già pianificati, e provoca nei familiari e negli operatori un forte senso di disagio, di inadeguatezza e di impotenza.
Spesso i disabili hanno la consapevolezza di cosa sia il sesso, ma in molti casi questo non avviene per mancanza di educazione alla sessualità.

Il genitore può essere invadente e con la scusa di proteggere i figli e non riconoscendo la sua sessualità tende a inibirla. Tale inibizione, a lungo andare, crea gravi danni psicologici provocando una sfiducia nei figli in quanto si rassegnano alle imposizioni dei genitori.

Gli aspetti relativi alla sessualità fisica del disabile non si differenziano da quelli che caratterizzano la sessualità normale. Il sesso contiene in sé un paradosso: per quanto bi

Foto di Gerd Altmann da Pixabay

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sogno naturale, richiede di essere soddisfatto in forme culturalmente accettate e definite.

Che cos’è l’handicap?

Abbiamo due tipologie di handicap:

1.Handicap riconducibili a deficit o situazioni che non hanno comportato disabilità intellettiva;
2.Handicap riconducibili a deficit o situazioni che hanno comportato  disabilità intellettiva.
Si pensa erroneamente che il soggetto che ha un handicap intellettivo sia come un corpo che ha una mente più piccola, cresciuta in modo inferiore rispetto a tutto il resto. L’errore è indotto dal modo con cui è stato concepito il Q.I. Lo scarto tra età mentale e età cronologica, non significa che il  soggetto che ha handicap intellettivo abbia un’età assimilabile a quella di un bambino. Infatti, si diventa adulti anche se c’è handicap intellettivo.

Ma l’intelligenza NON cresce come un grattacielo

Se così fosse, l’età mentale indicherebbe il piano in cui, o si sono interrotti i lavori di costruzione di questo grattacielo, o lo stato di ritardo in cui si trovano i lavori rispetto ai tempi di consegna. Le persone con handicap intellettivo, in questo caso, sarebbero come dei grattacieli interrotti o come cantieri sempre aperti con un cronico ritardo nella consegna di fine lavoro. Questo ragionamento induce a pensare, in modo sbagliato, che:
  • l’intelligenza sia presente solo quando età cronologica ed età mentale siano cresciute insieme;
  • ci sia un’intelligenza “naturale”, uguale per tutti, che cresce con il tempo;
  • ogni “sufficiente mentale” abbia un’intelligenza superiore a quella di ogni altro “insufficiente mentale”.
Il soggetto con handicap intellettivo deve ricevere un’educazione alla sessualità, essendo la sessualità fondamentale del suo esserci nella realtà e del suo entrare in relazione con il proprio corpo e il corpo dell’altro.
L’intervento educativo deve essere fatto sia dai genitori che dagli educatori che, a loro volta, hanno bisogno di un percorso formativo su tale tema. Il possedere corrette e sufficienti informazioni rispetto alla sessualità permette d’interpretare correttamente, e non in modo ansiogeno, diversi eventi che possono, altrimenti, produrre preoccupazione. La sfera sessuale nei disabili mentali, spesso considerati eterni bambini, è ignorata o, se affiora, negata o dirottata dalla famiglia. Le maggiori preoccupazioni dei genitori sembrano essere soprattutto la paura dell’abuso per le figlie femmine e la paura di comportamenti spiacevoli da parte dei figli maschi. Alcuni possono asserire di essere contrari ad una sessualità libera nel disabile. Questa affermazione sottintende una presunzione di sapere cosa è giusto o meno permettere, ma nello stesso tempo è un alibi per nascondere la paura di non saper gestire la situazione.

Spesso i disabili esagerano negli abbracci, cercando un contatto fisico che si protragga all’infinito. Molti hanno difficoltà ad accogliere nelle loro carezze il punto di vista dell’altro o a riconoscere l’opportunità e l’adeguatezza di un comportamento. È possibile insegnare ad un disabile come si fa una buona carezza: dobbiamo prima però conoscere la sua carezza, sapere se e in che modo è capace di farla con consapevolezza e intenzionalità.È essenziale la collaborazione fra famiglia, psicologi ed educatori, allo scopo di aumentare e favorire il messaggio educativo, moltiplicare le opportunità di mettere in pratica le competenze in fase di apprendimento e di fornire ai familiari un sostegno psicologico, per alleviare lo stress connesso a determinate situazioni.